Recensione Film: The dressmaker- Il diavolo è tornato

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Guanti bianchi, rossetto rosso fuoco, chioma bionda fluente, e vestiti d’alta moda..

“I’m back you bastards”, significa una sola cosa: Myrtle Dunnage (Kate Winslet) è tornata.

E’ una calda estate in Australia, Dungatar, paesino di origine di quella che ora si fa chiamare Tilly. Dopo un tragico incidente, la morte del ragazzino Steweart Pettyman, la allora bambina, considerata responsabile,  venne cacciata, facendo ritorno solo dopo circa vent’anni. Le voci che la additano come assassina e l’odio che tutti gli abitanti provano nei suoi confronti, non le renderanno di certo più semplice questo percorso di riscatto personale.

Prima fra tutti, spettacolare, è l’ambientazione. Così semplice ed essenziale:  strade deserte, “edifici” in rovina, boschetti incolti, tutto arido, tutto spento. L’idea da trasmettere è quella di un luogo in cui il tempo sembri essersi fermato, di un luogo desolato, abbandonato dai suoi stessi abitanti troppo impegnati a farsi la guerra l’un l’altro. L’ambiente è, quindi, un protagonista a tutti gli effetti, che riflette l’animo delle persone che lo abitano. Tutti aridi e spenti. Ognuno per sé, mai una parola di conforto, sempre pronti a spettegolare. E’ il pettegolezzo, anche, un protagonista a tutti gli effetti.  E’ il pettegolezzo l’anima di questa società chiusa e restìa al cambiamento.

Ecco perché Tilly torna a Dungatar.  Lei ha bisogno di ricordare. Ha portato dentro di sé per tutta la vita il grande peso di aver ucciso il suo compagno di classe, e non perché ricordasse direttamente di esserne stata la responsabile, ma perché soffocata dalle voci e dai pettegolezzi della gente di quel paesino che l’aveva portata a dubitare di se stessa.  Siamo un po’ dinanzi a quel fenomeno che Pirandello ha individuato e descritto come “trappola sociale”, cioè una società che impone maschere e imprigiona l’individuo, ed è proprio quello che è successo a Myrtle. Soltanto vivendo tra quelle strade, rivedendo volti a lei familiari, e grazie all’aiuto più inaspettato di tutti, Tilly riuscirà a ricordare. E’ Barney, il fratello disabile di Teddy McSwiney (Liam Hemsworth) a ripetere per tutto il film “lei si è mossa”.. e Tilly si era davvero mossa. Non aveva ucciso Stewart Pettyman. Il ragazzino nel tentativo di darle una punizione e colpirla con la testa dritto nella pancia, aveva sbattuto contro il muro, perché Myrtle.. si era mossa.  Solo allora, quindi, svestitasi del peso di essere un’assassina, si sentirà finalmente libera e ad riuscirà ottenere il suo riscatto. Ecco perché Tilly era tornata: aveva bisogno che tutti sapessero della sua innocenza per riuscire a convincere fino in fondo anche se stessa.

Non è sicuramente l’unico motivo per cui Tilly è così mal vista , ma, a mio avviso, salta all’occhio la netta contrapposizione tra vecchio e nuovo. Dungatar rappresenta il vecchio, ciò che è conosciuto, chiuso, accessibile ai pochi scelti, a quella cerchia di persone sicure e “fidate.” Myrtle è una ventata di aria fresca, una scoperta, è stata in grandi città come Parigi, Milano, e porta con se una novità: la moda. Sottovalutata da tutti e analizzata dal suo lato più superficiale, la moda è lo strumento che Tilly utilizza per esprimere se stessa e per far sentire meglio gli altri.

Ma soprattutto, è l’elemento che la collega a sua madre (poiché le ha insegnato lei a cucire) Molly (Judy Davis) , o come la chiamano in città “Molly la pazza”.  Nonostante la solitudine e l’età avanzata, però, Molly non è affatto pazza. E’ una madre a cui è stata portata via la propria bambina, una madre che ha dovuto affrontare questo dolore da sola e che, per difesa personale, ha rimosso tutto. Molly non ricorda, nulla. Non ricorda della figlia, né di cosa questa avesse fatto a Stewart Pettyman. Saranno soltanto  il costante contatto con Myrtle e l’affetto che le riunisce a far ricordare a Molly l’intera vicenda.

E che film sarebbe senza una storia d’amore? E’ proprio Teddy, il classico ragazzo di campagna, a fare la corte a Tilly. Restìa in un primo momento, si lascia poi andare e trasportare da quella che sembra essere l’unica persona a sostenere fin da subito la sua innocenza. Ultimo aspetto, ma non per importanza, quello che secondo me fa da collante all’interno film: un pizzico ben dosato di black comedy. Insomma, è proprio questo elemento che pregna l’atmosfera che si respira fin dalla morte di Stewart Pettyman, e non ci porta a farci domande sul perché gli abitanti si siano fatti giustizia da soli, senza che siano intervenute le autorità, ad esempio. Ancora, accompagna la morte di Teddy, che perde la vita semplicemente perché si lancia in un barile di fieno, e poi la morte di Molly: si respira tristezza, angoscia, ma tutto in maniera così leggera da farci quasi ridere. E quindi, persi tutti i legami tra Tilly e questo assurdo posto fuori da ogni realtà logica, la donna decide di andar via, dopo aver dato una lezione a tutti e aver ottenuto il proprio riscatto.

Cast eccezionale, quello di The Dressmaker, a partire dalla protagonista: una Kate Winslet come non l’abbiamo mai vista, sensuale, con le curve al posto giusto, grintosa e determinata, che ha vinto il premio AACTA come migliore attrice protagonista. Assolutamente da menzionare, Judy Davis che si è calata perfettamente nei panni della vecchia Molly, sbadata, fredda, cinica e forse un po’ sopra le righe e a cui questo personaggio è valso il premio AACTA come migliore attrice non protagonista. E infine, tema portante di tutto il film, la moda: Dior, Balenciaga hanno fatto guadagnare al film il premio AATCA ai migliori costumi.

TRAILER

CONSIGLIO / SCONSIGLIO

Consiglio: a chi volesse entrare in un posto fuori dal tempo, ed assistere ad un percorso di rivincita personale con un pizzico di ironia.

Sconsiglio: a chi non piacesse il filone della black comedy, a chi non fosse particolarmente interessato alla moda e alla sua potenza di trasformare chi la interfaccia.

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Pubblicato da Faty Quarantino

since 1998.... sono appassionata di libri, film, ma soprattutto serie tv. di cui amo parlare .. è inutile specificare che posso guardarne a centinaia.

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